Toscana: realtà e sogni

Estratto dal romanzo inedito “OEVO”

Dal belvedere di Montaione lo sguardo indugia benevolo sulla mossa alternanza di colli, dorsali, costoni, vallette che morbidamente degrada verso il fondovalle solcato dall’Elsa. Successioni di appezzamenti di geometrici filari di viti e di meno regolari distese di olivi variamente distribuiti giù per i pendii, macchie e boschi di carpini, di castagni, di querce lungo i declivi degli avvallamenti più profondi, radi cipressi solitari o in brevi processioni al limitare della convessa liscia sommità di dossi fanno da fondale alla variegata distribuzione di casali in prevalenza di recente ristrutturazione ed ampliamento, quando non addirittura di nuova costruzione. I muri, artatamente atteggiati al rustico, ostentano ordinate sovrapposizioni di pallide pietre adeguatamente squadrate e sapientemente disposte in modo da conferire ai fabbricati la rassicurante solidità propria dei manieri pur nel contrasto fra la sensazione di lievità delle alternanze degli allineamenti orizzontali e la percezione di possanza propria dei contrafforti da parte delle impennate verticali degli spigoli. I tetti, spioventi con modeste pendenze verso le gronde, sono le caratteristiche coperture della zona con i tipici elementi in rosata terracotta – embrici e coppi sovrapposti alle giunzioni – allineati in file alternate dirette secondo la pendenza. Ampi cortili fronteggiano le case a cui si affacciano qua un’azzurra piscina, là una terrosa spianata di maneggio, là ancora un verde campo da tennis.

E’ la Toscana. Meglio, è il tratto di Toscana compreso nel triangolo di territorio avente per vertici rispettivamente Firenze, Pisa e Siena. E’ la Toscana di San Giminiano, di Certaldo, di San Miniato, di Volterra, di Poggibonsi. E’ la Toscana che dalla valle dell’Arno, lasciata Firenze, si proietta verso sud, elevandosi progressivamente fra ondulate alternanze di valli e di rilievi, fino al culmine del massiccio del monte Amiata. E’ la Toscana che nel turismo agreste, complemento del turismo d’arte, ha trovato la sua miniera. E’ la Toscana degli agriturismi, degli ostelli, dei bed and breakfast. La Toscana dei tedeschi e degli inglesi.

Giù in basso, sul lato destro dell’Elsa, seminascosto dal baluardo della propaggine dell’ultimo colle, biancheggia l’operoso abitato di Castelfiorentino, grosso borgo dai natali non troppo spostati verso l’antichità, che, alla carenza di attrattive turistiche, contrappone la più prosaica dovizia di insediamenti industriali e commerciali a servizio dell’ampio bacino di utenza agricola che su esso gravita. Oltre, riprende la successione delle dolci verdi ondulazioni e delle frammiste residenze umane, la visione andandosi a sfumare e ad appiattire man mano che lo sguardo si sposta in avanti. E là in fondo, al di sotto dell’ormai uniforme azzurrina foschia dalla quale si alza la possente cortina della dorsale appenninica con l’avvicendamento di cime  bianche di neve in inverno e scure di boschi in estate, là sotto si sa che c’è Firenze.

 

Ho avuto occasione, una volta, alquanti anni fa, di percorrere il tragitto fino a Firenze a bordo di un’autocorriera seguendo la strada per così dire diretta – almeno per quanto attiene alla direzione in linea d’aria -; una cinquantina di chilometri lungo la Volterrana. Era stato tutto un susseguirsi di curve e di saliscendi: per solcare gli avvallamenti, per superare le dorsali, per raggiungere e lasciare i paesini posti alla sommità dei colli. Due ore abbondanti di scarrocciamento, forse noiose per un viaggiatore abituale, ma entusiasmanti per chi, al pari di me, aduso ai piatti panorami della pianura padana, era alla prima esperienza. All’uscita da ogni curva, al superamento di ogni ascesa lo spettacolo mutava; ancorché popolato di elementi per lo più comuni e ricorrenti, era, ogni volta, meravigliosamente differente e variato per la continua diversamente armoniosa loro vicendevole distribuzione. Mai la stessa visione si ripeteva. Ogni volta sempre nuova ed entusiasmante. Una rappresentazione teatrale, in cui ad ogni manciata di secondi cambiassero le scene, non potrebbe ancora equiparare la suggestione vissuta durante quell’ormai lontano viaggio.

Che non ho più ripetuto. Che non ho più voluto ripetere. Per il timore di imbattermi in una bruciante delusione. Per il timore che quell’impareggiabile incanto di cui avevo goduto durante quel primo impatto potesse essere ricordato talmente pregno di un’intensità esageratamente stravolta dal fervore della fantasia da essere atteso enormemente più seducente di quanto in realtà potesse risultare dalla ripetizione dell’evento.

 

E’ risaputo come e quanto la consuetudine riesca a rovinare il piacere dell’improvvisazione. Come e quanto la frequentazione riesca a svilire la malia della prima scoperta. Troppe volte ho cozzato contro situazioni del genere. Troppe volte per permettermi di ricaderci. La lezione, anche se in massima parte tratta da vicende connesse ai rapporti intercorsi con le appartenenti a quella parte di umanità alla quale qualcuno ha dato il nome di pianeta donna, si è manifestata proficua e, quello che più conta, ben assimilata. Per cui, bando alle ricadute.

 

Ti trovi nel pieno fervore di una festa per un’occasione per te di particolare importanza. Sei euforico, addirittura eccitato. Veloce scorre il sangue nelle tue vene sferzato da una quantità di alcol che non ti permetterebbe di porti impunemente alla guida di un autoveicolo. Sei nello stato d’animo di sentirti padrone del mondo. Audace, sfrontato, spregiudicato. Nel gruppuscolo di persone che ti stanno dattorno spicca la presenza di un pregevole esemplare della fauna femminile. Non ti sembra affatto sconveniente metterti a corteggiarla. Lei non mostra di fare la ritrosa. Tutt’altro. Appare invece sensibile al tuo fascino e lusingata dalle tue avance. E’ bella, bellissima. O almeno tale la vedi nel tripudio di euforia dentro il quale voluttuosamente sguazzi. Alta, sinuosa, sensuale; elegantemente ancheggia sui vertiginosi preziosi tacchi a spillo. Stupendamente truccata, maliziosamente fasciata da un lungo morbido abito da sera audacemente succinto nella parte alta a lasciare scoperta la vellutata pelle delle superbe spalle e del generoso décolleté ed intrigantemente aderente nel tratto sottostante a dare risalto alle procaci forme nelle zone più…strategiche. Venere. Venere uscita dal mare per deliziare noi poveri mortali.

Le parli. L’ascolti. Sfiori il suo corpo nei languidi passi di un ballo galeotto. Avverti il turgore delle sue forme. Senti diffondersi nel tuo palmo sinistro il calore della sua delicata mano destra. Sotto i polpastrelli dell’altra tua mano la morbida pelle della sua nuda schiena è tessuto di morbida seta. Dalle recondite nudità del suo seno, risalendo il profondo avvallamento dello sterno, ti raggiunge la fragranza di un intenso profumo. Ed un fremito, un fremito di piacere, di desiderio, di ebbrezza percorre tutto il tuo essere.

Poi la ricostruisci nel sogno, nell’immaginazione, nella fantasia. Ancora più bella, più sensuale, più desiderabile. Diventa donna ideale, donna perfetta. Creatura celeste. Dea da adorare, da incensare, da porre sopra un altare.

Infine la rivedi nella realtà quotidiana. Fuori dall’effimera euforia di una festa incantata. Fuori dalla ricostruzione edificata dalla fantasia. Per caso. Allo sportello della banca dove sei stato convocato per la riscossione dell’indennizzo da parte della società di assicurazione garante di un automobilista reo di aver tamponato la vettura che tu guidavi. La rivedi con occhi diversi, con uno stato d’animo diverso, in un ambiente diverso, con un’acconciatura ed un abbigliamento diversi. E la trovi meno bella, meno attraente, meno desiderabile.

Poi ancora la rivedi al mercato, a fare la spesa, in un esercizio di banale routine. E l’indice di gradimento cala ulteriormente. Senza quei vertiginosi tacchi a spillo, senza quegli intriganti abiti e suppellettili, senza quel conturbante profumo, senza la seduzione di quell’ambiente elitario, tolti tutti gli orpelli, lei appare quella che è. Una donna sì giovane, sì carina, sì piacente, ma nulla di più. Una donna come tante altre. Non dissimile dalle tante donne giovani che incontri nel tuo peregrinare cittadino per lavoro o per svago che sia. E non ti fa alcuna meraviglia che forse ti sia passata tante volte inosservata.

 

Ecco perché non ripeterò più quel viaggio da Montaione a Firenze. E se sarò costretto, come già accaduto, ad effettuare tale spostamento, mi servirò della meno suggestiva superstrada che si industria a seguire, non senza difficoltà e scostamenti, la valle dell’Arno. Ciò non di meno, pur restando saldo nella determinazione di evitare la ripetizione dell’evento, sono convinto che l’ultimo tratto del percorso, la tortuosa discesa verso Firenze costeggiante il monumentale fabbricato della Certosa, con la visione del sottostante dilagare della città dall’alto dell’ultimo terrazzamento che la domina ad ovest, non possa che rinnovare, anche se ripetuta più volte, l’incanto di cui sono stato deliziato quella prima ed unica volta.

 

Se già la visione diurna dall’alto spalto di Montaione ripaga l’osservatore con un elevato grado di suggestione, ben maggiore intensità di suggestione gli riserva la visione notturna, soprattutto nelle notti illuni. Il buio, dominatore assoluto del paesaggio, è trafitto da miriadi di luci. Luci disseminate nell’oscura immensa distesa sottostante senza una qualche ordinata distribuzione e, in alcune limitate zone, raggruppate a formare addensate masse, allungate ed irregolari, di variegata luminosità. Luci calde. Luci vive. Luci di stirpe che è stata destinata a dominare il mondo con l’ingegno e l’intraprendenza dei suoi membri. Luci che. nella loro precarietà, nella loro rovvisorietà, nella loro limitatezza, osano ergersi a voler competere con le altre luci, eterne, immutabili, incorruttibili, che algide e distanti pulsano nell’infinita immensità della volta celeste. Mutabile che non demorde dallo sfidare l’immutabile.

 

 

 

2 Commenti

  1. federica

    Bello ma adesso voglio leggerlo tutto !!!

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  2. Fede

    Prova

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